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[personal profile] titaniumlori
Titolo: Due giorni
Fandom: Oz
Personaggi: Tobias Beecher/Chris Keller, Vern Schillinger, Tim
Genere: introspettivo, drammatico, hurt/comfort
Warning: slash, canon typical violence, fandom!AU
Rating: SAFE
Wordcount: 4913 (NOT EVEN KIDDING)
Note: No vabbè, sono dovuta andare sul mio vecchio writing journal perché non mi ricordavo come si facesse uno specchietto.

Allora. Questa è la prima fic di una serie ambientata a #Ozkaban e boh, sono felicissima perché non scrivevo da più di un anno e sono riuscita a sputare fuori cinquemila parole in una settimana. Ci saranno sicuramente uno o più sequel. Il titolo serio della serie (lol) è There's no freedom without no cage, dalla meravigliosa canzone di Emily Wells, Becomes the color.
Il titolo di questa fic è ispirato invece a Two weeks di FKA Twigs, un po' come tutta la fic a dire il vero (PULL OUT THE INCISOR GIVE ME TWO WEEKS YOU WON'T RECOGNIZE HEEEEEEEEEEER)
In questa fic magicamente (lol) Beecher e Keller sono in Inghilterra. Ho paura che sia un filo OOC perché sono ancora nuovina del fandom e non sono più tanto abituata a scrivere.

Ogni tipo di critica o correzione è assolutamente benvenuta.

Azkaban era molto peggio di come se la immaginasse Tobias Beecher.
Nelle descrizioni della Gazzetta del Profeta era un luogo tetro e oscuro, una prigione senza sbarre pressoché irraggiungibile dalla terraferma. Tuttavia, non era per questo che Azkaban era così terribile.
C’era molto altro che i resoconti non riuscivano a descrivere. C’erano sensazioni che non si potevano spiegare a parole: il sollievo sul volto della propria amata quando si torna a casa dopo una lunga giornata, bere un bicchiere d’acqua dopo aver passato ore sotto al sole, il dolore al petto causato da una perdita improvvisa.
Il freddo che ti entrava dentro ad Azkaban era una di queste.
L’oscurità non era solo nel cielo, nelle nuvole che riversavano pioggia in continuazione. Ad Azkaban era sempre notte: il buio ti penetrava come una lama gelida, che ti lasciava dissanguato per terra. Era tutto freddo, freddo e grigio, un’eterna nebbia dell’anima, che corrodeva la pelle pian piano fino a raggiungere il più profondo del cuore.
Potevi chiedere aiuto finché volevi, ma nessuno ti avrebbe mai soccorso.

Le guardie - o almeno, le guardie umane - avevano confiscato la bacchetta di Beecher e gli avevano fatto indossare un cencio grigiastro come uniforme. Dopo averlo abbandonato sull’isola su cui era situata la prigione se n’erano andate ridacchiando. Beecher aveva visto una delle due tirare fuori un Galeone d’oro e borbottare “due giorni”.

Non appena arrivò nella sua cella sorvegliata da tre Dissennatori, Beecher pensò che quella guardia fosse stata troppo ottimista. Di fronte alla sua c’era un uomo con lunghi capelli color grigio sporco - un tempo dovevano essere stati biondi e brillanti, pensò - che si rotolava per terra tenendosi la testa tra le mani.
“Mamma,” urlava, “mammaaaaaaaaaa!”
Accanto a lui c’era un ragazzo che gli assomigliava molto, probabilmente un fratello o un cugino, che piangeva sommessamente tentando di calmarlo.

Beecher non aveva mai pensato che troppo Whiskey Incendiario l’avrebbe portato ad Azkaban. Conosceva le conseguenze dell’alcool: ti scaldava dentro e ti ottundeva i sensi, quando esageravi ti svegliavi con il mal di testa, ma da lì a lanciare Schiantesimi mortali contro una bambina innocente c’era un bel tratto da percorrere, e Beecher era arrivato alla fine della strada.
Si ricordava soltanto vagamente quello che era successo; una bevuta con gli amici dopo la vittoria contro quell’idiota di Williams, un ladro che lo inseguiva (era davvero un ladro, o un prodotto della sua mente annebbiata?), una sola parola (“Stupeficium!”) e un tonfo.
C’era una sola cosa che si ricordava bene e che continuava a rivivere per gentile cortesia dei Dissennatori: il corpo di Cathy Rockwell riverso sull’asfalto, il sangue che le usciva dalla testa. L’urlo lacerante della madre (“Cathyyyyyyyyyyy!”).
Una sola parola: colpevole. Colpevole, colpevole, colpevole.

Il giudice era stato magnanimo: niente Bacio, ma quindici anni ad Azkaban. Il Ministro della Magia Glynn l’aveva assegnato a una sezione sperimentale della fortezza, dove eri costretto a trascorrere il tempo con gli altri detenuti. Alcuni membri della comunità magica pensavano che fosse una gentilezza nei confronti dei criminali, ma la verità era un’altra: oltre al tuo dolore dovevi subire anche quello degli altri, tutti condannati allo stesso trattamento. Le celle erano trasparenti e non c’era nemmeno un momento di privacy.

Quando i Dissennatori si avvicinavano a Beecher gli tornavano in mente sempre gli stessi tre ricordi: il terribile momento in cui sua moglie gli annunciò di aver perso il primo bambino che avevano concepito insieme, il giorno del funerale di suo padre e Cathy Rockwell distesa sull’asfalto. Beecher immaginò che dovesse avere qualche anno in più di Gary e che non avrebbe mai potuto vivere la vita che si meritava. Non avrebbe mai dato il primo bacio, non avrebbe mai fatto preoccupare suo padre perché si era innamorata di un cattivo ragazzo, non si sarebbe mai sposata. Il lampo rosso di un incantesimo e lei era morta, morta, morta, distesa sull’asfalto, e non si sarebbe mai più rialzata per correre verso la felicità che la aspettava.

Beecher urlò, un urlo così forte che non credeva essere presente dentro di sé.

I Dissennatori sembrarono allontanarsi e Beecher si sedette sul suo letto. Continuava a rimanere sconvolto dal fatto che ad Azkaban non ci fossero le sbarre. Le porte erano aperte, ma nessuno sembrava avere la minima intenzione di fuggire dalla prigione. Nessuno ne sembrava in grado: tutti stavano soffrendo, chi più visibilmente chi meno. Molti urlavano, tanti si contorcevano per terra, alcuni si graffiavano o ferivano.
Un uomo piuttosto anziano lo stava fissando.

“Tutto bene, figliolo?” gli domandò, zoppicando verso di lui. Beecher scosse la testa.

“Si vede che sei appena arrivato. Ci farai il callo,” continuò lui. “Piacere, mi chiamo Bob Rebadow.” Gli tese la mano.
Era una delle persone più vecchie che Beecher avesse mai visto.

“Tobias.” Beecher si diresse lentamente verso di lui e rispose alla stretta.

“Sono qui da più di trent’anni,” disse Bob, anticipando la sua domanda. “Conosco Azkaban come le mie tasche. La tua preoccupazione non sono solo i Dissennatori.”

Beecher sentì un brivido gelido scendergli lungo la schiena. Sapeva benissimo che dentro la prigione erano rinchiusi i peggiori criminali del Mondo Magico e sapeva anche di essere debole, troppo debole per difendersi da solo.

“All’interno di Azkaban ci sono varie fazioni,” spiegò Rebadow, “ma tutto si riconduce allo scontro tra Neomangiamorte e Nati Babbani.”

Neomangiamorte. Beecher sapeva che c’era un gruppo di maghi che tentavano nuovamente di imporre la superiorità dei Purosangue e che volevano confiscare la bacchetta ai Nati Babbani. Quando andava bene. Erano noti per l’uso smodato di Maledizioni Senza Perdono, in particolare della Cruciatus. Il Profeta scriveva a tutti di stare attenti e di non uscire da soli di sera. Avevano ucciso e devastato, distrutto intere famiglie e villaggi. A causa loro il Ministero aveva deciso di far tornare i Dissennatori ad Azkaban, nonostante le proteste di tutti i maghi abbastanza anziani per ricordarsi il freddo che ti entrava dentro quando un Dissennatore incontrava la tua strada. I Dissennatori erano temibili, ma finché erano impegnati a distruggere i prigionieri di Azkaban molti maghi erano disposti a chiudere un occhio; si era giunti alla conclusione che il Bacio era una pratica barbara, ma si trattava di una misura necessaria per dissuadere i giovani Purosangue a unirsi ai Neomangiamorte. Il loro leader Heinrick Schillinger era stato il primo mago a essere giustiziato dopo la Seconda Guerra Magica. Suo figlio Vern, era convinto di essere l’erede di Lord Voldemort in persona, tramite un ramo cadetto della famiglia Riddle. Era un uomo tozzo e robusto, con i capelli rasati per nascondere la calvizie incipiente. Beecher aveva visto la sua foto (ricercato per mille Galeoni) per tutta Diagon Alley. Aveva un folto gruppo di seguaci, che mostravano tutti con orgoglio il Marchio Nero tatuato sul braccio sinistro.

“Quello è Said.” Rebadow indicò un uomo alto con una tunica viola, diversa dalla divisa dei prigionieri di Azkaban. “È il leader dei Nati Babbani ad Azkaban e vorrebbe che tutti andassero d’amore e d’accordo come ai vecchi tempi.”

“Lì c’è il mio amico Busmalis,” continuò Rebadow mentre un uomo con un cappello particolarmente bizzarro faceva un cenno. “Loro due sono Ryan e Cyril.” Si riferiva ai due ragazzi che Beecher aveva osservato non appena arrivato ad Azkaban.

“Vedo che sei di poche parole. Adesso ti lascio stare un po’ da solo.” Rebadow s’incamminò fuori dalla cella di Beecher. “Mi raccomando, figliolo,” disse prima di uscire.”Non metterti nei guai.”

Beecher rimase interdetto da quell’ultimo consiglio, ma capiva cosa intendeva l’anziano. Molti prigionieri erano maghi estremamente violenti, che non avevano certo bisogno di una scusa per attaccare briga.

Qualche momento dopo provò a chiudere gli occhi. Sapeva che le guardie avrebbero portato il cibo soltanto tra qualche ora, per cui tanto valeva provare a dormire un po’. Dopo essersi rotolato qualche minuto in quella sottospecie di letto che era assegnato ai prigionieri si arrese. Aprì gli occhi e si accorse che tre figure lo stavano fissando.

“E questo chi diavolo è, Vern?” ringhiò quello che sembrava il più giovane.

“Si chiama Beecher. Ehi, bella addormentata, è arrivato il tuo principe,” gridò quello che sembrava il loro capo.

“Merlino,” mormorò Beecher tra sé e sé.

“Cos’hai detto? Non ti sentiamo!”

Beecher si alzò e indossò gli occhiali per vedere meglio chi si trovava di fronte. Erano tre uomini con i capelli rasati e lo stesso tatuaggio di un teschio sul corpo di un serpente sul polso sinistro. Sentì un brivido scorrergli lungo la schiena. Vern Schillinger era mille volte più terrificante dal vivo rispetto alle fotografie bagnate dalla pioggia appese per tutta Diagon Alley quando era ricercato.
Per il momento decise di non fare niente. Come avrebbe potuto reagire, del resto? Non aveva la sua bacchetta e gli altri prigionieri sembravano troppo impegnati a combattere i propri demoni. Qualche fortunato era riuscito a prendere sonno.

Combatti o fuggi, un istinto antico quanto l’uomo stesso, e Beecher era lì immobile. Era davvero ancora un uomo? I Dissennatori avevano iniziato a strappargli tutto quello che lo rendeva se stesso all’esterno di Azkaban.

“Io sono Schillinger,” disse lui. “Loro sono Robson e Mack,” aggiunse, indicando con un cenno i due scagnozzi.

“Beecher.” La risposta era un flebile soffio di vento.

“Non mi sembra un chiacchierone,” rise Mack.

“Hai ragione,” disse Robson, ridendo più forte. “Si vede che è appena arrivato. Vediamo se si sveglia un po’.”

I tre si lanciarono uno sguardo d’intesa e Beecher si ritrasse istintivamente, consapevole che non sarebbe successo nulla di buono.

“Crucio!” urlò Schillinger.

Beecher urlò nuovamente. Ogni osso all’interno del suo corpo, anche quelli della cui esistenza non era consapevole, iniziò a causargli un dolore che non avrebbe mai potuto immaginare.Il suo corpo si contorceva in modo innaturale e tutte le sue articolazioni sembravano in fiamme. Non si rese conto di quanto tempo passò prima che un altro prigioniero si avvicinò a loro.

“Stupeficium!” urlò una voce distante.

“No, non di nuovo,” pensò Beecher. Il dolore ai suoi arti svanì all’improvviso, ma sentire quella parola lo ricondusse immediatamente al pensiero di Cathy riversa sull’asfalto. Beecher si aprì gli occhi e si accorse che Schillinger, Robson e Mack stavano gridando ancora più forte.

Due Dissennatori si erano avvicinati e i tre Neomangiamorte li stavano insultando, singhiozzando e urlando allo stesso tempo.

Beecher sentì due braccia forti che lo sollevavano e lo trascinavano di peso, lontano dalla sua cella. Improvvisamente, il dolore causato dalla morte di Cathy si stava affievolendo, lasciando spazio a una dolce sensazione di conforto e calore.

“Expecto Patronum,” sussurrò la stessa voce roca che aveva lanciato lo Schiantesimo.
Dal nulla comparve una fortissima luce bianca, da cui emerse un animale snello e rapido, che si lanciò con voracità contro i Dissenatori che li avevano inseguiti.

Il pensiero di Cathy e di tutto quel sangue scomparve del tutto.

Beecher si rese conto che un uomo lo stava osservando con aria preoccupata. Era alto e muscoloso, con un viso che un tempo sarebbe potuto essere definito attraente.
“Chris Keller,” mormorò, porgendo la mano a Beecher e provando ad abbozzare un sorriso.
“Tobias Beecher,” borbottò lui in risposta. Non avrebbe mai immaginato di poter apprezzare così tanto il contatto fisico con una persona che sembrava ancora un essere umano. Keller aveva qualcosa di diverso da Schillinger e gli altri: oltre ad avergli appena salvato la vita, il che lo rendeva immediatamente migliore di quei rifiuti della società, emanava un’aria di sicurezza che faceva sentire Beecher protetto.

“Cosa volevano da me?” continuò, riprendendo il respiro.

“Tranquillo, lo fanno con tutti,” rise Keller. Beecher pensò che Azkaban non sembrava avere effetto su di lui. Aveva il volto solcato dalla fatica e dagli anni trascorsi in quella terribile prigione, ma apparentemente ciò non lo aveva turbato più di tanto; dopotutto, era riuscito a lanciare un Incanto Patronus, e per altro senza bacchetta. Beecher si ricordò di quando la professoressa di Incantesimi gli aveva insegnato a evocarne uno - anni, anni luce fa - ma lui non era riuscito a far fuoriuscire dalla bacchetta altro che uno sbuffo di fumo luminoso.

Tuttavia, Keller sembrava pensieroso e continuava a non distogliere lo sguardo da lui.

“Come mai qua?” gli domandò corrucciato.

Beecher scoppiò a piangere. “Ho ucciso una bambina,” mormorò tra le lacrime. “Non volevo,” continuò singhiozzando.

“Però è successo,” proruppe Keller, senza smettere di fissarlo.

Beecher annuì. “E tu?”

Per tutta risposta, Keller scoppiò a ridere. “Oh, qualche Avada Kedavra di troppo a Notturn Alley. E poi c’è stata quella faccenda della Gringott, ma devo ammettere che non ero proprio in me.” Stava ancora ridendo, nonostante avesse appena ammesso di aver compiuto più di un omicidio. Beecher non sapeva come reagire.

“Come mai non ti hanno condannato al Bacio?” gli chiese, perplesso.

“Ne avevo già ricevuti troppi, anche se erano meno… freddi,” disse, continuando a ridere come un forsennato. Beecher era convinto che sarebbe arrossito se fosse stato una scolaretta al primo anno, ma in quel momento era semplicemente terrorizzato.

“E poi,” Keller abbassò la voce, “chi ti dice che la giuria sapesse tutto?” Beecher non riuscì a nascondere la paura che provava.

Keller se ne accorse e riprese a ridacchiare. “Tranquillo, non ti mangio,” gli disse, dandogli una pacca sulla spalla. “A meno che tu non lo voglia,” aggiunse con un occhiolino.
Beecher continuava a essere grato di non essere una scolaretta. Sapeva cosa succedeva nelle sezioni maschili delle prigioni, ma non era così ansioso di prenderne parte, non subito dopo essere sfuggito a una Maledizione Cruciatus.

“Cerca di dormire almeno un po’, forza”, borbottò Keller. “Lo so che la prima notte è sempre la più dura, ma hai l’aria di qualcuno che ce la farà.” Si sdraiò per terra, indicando a Beecher il suo letto. “Sdraiati,” gli intimò con la sua voce roca.

Beecher si sorprese per la facilità con cui obbedì.

“Posso chiederti una cosa?” gli domandò timoroso.

“Spara.”

“Come… fate a far magie senza bacchetta?”

Keller sorrise. “Dopo un po’ ti ci abitui,” sorrise. “Dopo tanti anni che hai passato qua ti viene naturale. Possono toglierti la bacchetta, ma non possono farti smettere di essere un mago.”

Beecher sorrise e si sdraiò sul letto. Era il suo primo vero sorriso da quando era arrivato ad Azkaban.

“Prometto che domani proverò ad aiutarti,” continuò Keller. “Adesso però lasciami dormire, sono stanco.” Si sdraiò accanto a Beecher, a pancia in giù. “Notte,” mugugnò, più che altro rivolto a se stesso.

Beecher era coricato a pancia in su e guardava il cielo. Non c’erano stelle ad Azkaban, solo le nuvole. Sentiva meno freddo di quando era arrivato; non era sicuro che fosse merito del Patronus, quanto della vicinanza di Keller, che sembrava già completamente addormentato. Non sapeva come comportarsi con lui. Indubbiamente lo faceva sentire al sicuro, ma l’arroganza che emanava era quasi sospetta.

Dopo qualche ora, il sonno finalmente arrivò e quando Beecher si svegliò il cielo era leggermente più chiaro. Immaginò che altrove stesse splendendo il sole.

Qualche momento dopo - Beecher non si rese conto di quanto tempo fosse trascorso - anche Keller si svegliò.

“Buongiorno,” mormorò.

“‘Giorno,” rispose Beecher, sbadigliando.

“Sei riuscito a dormire almeno un po’?”

“Un paio d’ore, forse.” Beecher si guardò intorno. C’erano due grossi Dissennatori che stavano portando il cibo. Fece per avvicinarsi alla ciotola, ma Keller lo fermò. Beecher lo guardò sospettoso.

“Prova ad Appellare la ciotola,” gli disse Keller. “Devi concentrarti molto bene, mi raccomando. Pensa alla ciotola nelle tue mani e al pan di zucca raffermo nella tua bocca.”

Beecher fissò la ciotola intensamente. “Accio!” mormorò, ma non accadde niente.

“Devi essere più convinto.”

“Accio!” ripeté Beecher con determinazione. La ciotola si mosse e atterrò nelle sue mani.

“Bravo!” Keller gli diede una pacca sulla spalla e Appellò un’altra ciotola per sé.

“Secondo me già tra qualche giorno riuscirai a fare roba più difficile.”

“Nah.” Beecher volse lo sguardo verso il basso. “Ho preso solo Accettabile ai M.A.G.O. in Incantesimi.”

Keller rise. “Forse non hai capito come funzionano le cose qua. Non sei più quello che eri fuori. Certo, sei ancora un mago, ma scordati la tua vita felice da sale da tè a Hogsmeade. Ad Azkaban devi imparare a difenderti, nonostante tutto. La cosa più importante è tenere lontane queste merde.” Indicò i Dissennatori con un cenno del capo. “Sei mai riuscito a evocare un Patronus?”

Beecher scosse la testa. Con sua grande gioia, Keller non scoppiò a ridere alla notizia.

“Devi pensare a qualcosa di bello,” gli disse. “Qual è il tuo ricordo più felice?”

Beecher sospirò pesantemente. “Non ne ho idea,” disse. La nascita di Gary o Holly. Il giorno del suo matrimonio con Gen. Il giorno in cui diventò avvocato. Ce n’erano molti, eppure erano lontani e avvolti dalla nebbia di Azkaban. I Dissennatori glieli stavano portando via pian piano. Prima o poi non gli sarebbe rimasto nulla. Voleva disperatamente che gli succedesse qualcosa di bello, che la vita gli sorridesse ancora una volta, prima di andare incontro alla sua morte o peggio alla follia.

Keller gli si avvicinò e si sedette accanto a lui, sul letto. “Io penso alla mia prima moglie e alla prima volta in cui ci siamo baciati.” Beecher rimase sorpreso dalla delicatezza con cui lo disse. “La vedo spesso,” continuò Keller. “Ogni volta che viene a visitarmi ci baciamo, quindi il ricordo è sempre vivo.” Non sembrava del tutto convinto, ciononostante.

“Oh.” Gen sarebbe venuta a trovarlo soltanto la settimana successiva e Beecher si ricordò della scommessa che avevano fatto le due guardie. Gli serviva immediatamente un altro momento felice, o non sarebbe sopravvissuto alla vicinanza dei Dissennatori.


La giornata trascorse esattamente come Beecher l’aveva immaginata: i Dissennatori si avvicinavano e il solito freddo gli faceva battere i denti, Keller li allontanava e faceva battute, Rebadow passava a salutarlo e raccontava qualche aneddoto (“Mi condannarono al bacio, ma improvvisamente Caramell decise di concedermi la grazia. Non sono mai più stato lo stesso.”) Il misterioso Kareem Said era imperioso e solenne proprio come ne aveva parlato Rebadow e aveva tenuto un lungo discorso sull’importanza della collaborazione tra i maghi all’interno di Azkaban perché “ricordati che dobbiamo rimanere umani, questa è la cosa più importante, questo non possono strapparcelo via”.

Beecher sentì un vociare diverso dalle solite urla di disperazione. Un uomo con una lunga tunica blu stava accompagnando il Ministro della Magia Glynn a visitare Azkaban, da quanto aveva capito. L’uomo sembrava molto calmo e paziente e subiva i vari insulti dei prigionieri senza adirarsi. Keller si alzò dal letto e iniziò a percorrere la cella a grandi passi.

“Maledetto McManus,” borbottò tra sé e sé. “Chi glielo fa fare di starci dietro?”

Solo in quel momento Beecher realizzò chi fosse quell’uomo. Tim McManus era il direttore di Azkaban ed era proprio lui che aveva suggerito a Glynn di creare una sezione della prigione dove raccogliere i peggiori criminali. Beecher faceva ancora fatica a incasellare se stesso nella categoria, ma la realtà dei fatti era quella. Ora che aveva associato un nome a un volto, si ricordò che aveva sentito di sfuggita McManus parlare a un processo. Gli sembrava così lontano da non sentirsi nemmeno il protagonista di quel ricordo.

“Buongiorno, Tobias,” disse una voce. McManus si era avvicinato alla loro cella e si era posizionato sulla soglia. “Keller,” continuò, e Beecher non poté fare a meno di notare un filo di disprezzo nella sua voce.

“Buongiorno,” rispose lui. Keller fece un cenno con la testa.

“Beecher, facciamo una passeggiata,” proruppe McManus, senza aspettarsi un no come risposta. Beecher si alzò dal letto su cui era seduto e si diresse verso l’uscita della cella.

“Mandatemi una cartolina,” bofonchiò Keller, facendo l’occhiolino a Beecher, che cominciò a camminare accanto a McManus.

“Come ti stai trovando?” gli domandò.

Beecher voleva quasi ridere anziché rispondere alla domanda. Come si stava trovando, per le mutande di Merlino? Qualche ora prima aveva subito la maledizione Cruciatus e per un’intera giornata i Dissennatori gli avevano fatto rivivere i momenti più brutti della sua vita.

“Bene,” disse dopo aver rimuginato un po’.

“Sono contento. È difficile adattarsi alla routine all’inizio, però ci farai l’abitudine.”

Beecher lo fissò con sguardo vacuo. Bella merda, pensò.

“Ho visto che hai stretto amicizia con Keller,” continuò McManus, accelerando il passo mentre i due costeggiavano le celle di alcuni Neomangiamorte. Beecher non sapeva se il direttore si aspettasse un commento, per cui annuì senza dire nulla.

“Beecher, mi fa piacere che tu non sia completamente da solo in questi primi giorni, però…”

Però cosa? Cosa voleva McManus da lui?

“Stai attento a Keller,” disse, sospirando pesantemente. Beecher era molto perplesso. Non riusciva a capire dove volesse andare a parare quell’uomo.

“Perché?”

McManus prese un respiro profondo. “Beecher, non saresti il primo, né sarai l’ultimo. Keller è un bugiardo patologico, un manipolatore e un sociopatico. Saresti solo un mezzo per arrivare a un fine.”

Per tutta risposta, Beecher scoppiò a ridere.

“Grazie del consiglio,” rispose freddo. “Adesso credo che tornerò in cella. Da solo.”

McManus scrollò le spalle. “Come vuoi.”


Beecher gli aveva mentito. Non sarebbe tornato nella sua cella, no. C’era qualcosa di magnetico in Keller che gli impediva di stare lontano da lui, come le lucciole che ronzavano intorno alle lanterne della sua vecchia casa. L’avvertimento di McManus era un martello pneumatico che gli spaccava il cranio, ma ciononostante il suo cuore muoveva i suoi passi verso la cella di Keller dall’altro lato di Azkaban.

Quando arrivò, Keller non disse nulla. Si limitò a sorridergli - un piccolo incurvarsi delle labbra senza mostrare i denti, cos’altro aveva da nascondergli? - e si sdraiò sul letto con le mani incrociate dietro la nuca.

“Cos’ha detto il vecchio saggio?”

“Mi ha chiesto come stavo.” Beecher appoggiò la schiena a quel muro incantato che gli permetteva di vedere cos’accadeva nelle altre celle.

“Uh.”

“Già.”

Keller si alzò e si avvicinò a lui. “Avete parlato di me?”

“No,” mentì Beecher. “Perché avremmo dovuto?” Keller scoppiò a ridere.

“Quel bastardo vorrebbe qualcosa di ben preciso da me. Una volta gliel’ho proposto ma mi ha sguinzagliato addosso i Dissennatori.”

Beecher lo guardò perplesso. Si chiese se Keller facesse continue allusioni anche con gli altri prigionieri o se ci fosse qualcosa in lui che lo rendeva una preda apparentemente irresistibile.

“A proposito,” continuò, “prima o poi dovrò insegnarti a evocare un Patronus come si deve.”

Beecher scosse la testa. “Non credo che ne sarò mai in grado,” disse a testa bassa.

“Ehi.” Keller si era avvicinato ancora di più. Solo in quel momento Beecher si rese conto di quanto fosse fisicamente imponente, molto più di quanto lui lo fosse, nonché un mago molto più esperto e temprato alla vita di Azkaban.

“Non devi abbatterti così.” Aveva appoggiato un braccio contro al muro, bloccando Beecher nell’angolo della cella. “Prima o poi ce la farai.”

Con un immenso sforzo, Beecher si piegò in modo da sfuggire a quella morsa. Gli risultava faticoso perché Keller era così… non riusciva a trovare le parole per descrivere le sensazioni che gli faceva provare la sua vicinanza fisica. Si ricordò - un altro ricordo confinato in un angolo nella sua mente - di una notte nel bagno dei Prefetti a Hogwarts con il Cacciatore di Tassorosso, la prima e ultima volta, come si era sempre ripetuto, non sono frocio, gli aveva spiegato, e del resto era impossibile che lo fosse, aveva una moglie e tre bambini ed era felice, non era vero?

Poi.

Stupeficium, e in mille pezzi non era andata solo Cathy Rockwell, ma anche tutta la sua vita. La vita sapeva essere una vera puttana quando si metteva d’impegno.

La vita era di nuovo in vena di scherzi, apparentemente, perché Schillinger e i suoi scagnozzi comparvero improvvisamente dal nulla.
“Bene, bene, bene,” disse Robson. “Vedo che il nostro Beecher ha già trovato il fidanzatino.”
Beecher scattò immediatamente sull’attenti. Keller scrollò le spalle e diede un altro morso al suo pan di zucca, come se non fosse successo niente.

“Che cazzo volete?” ringhiò Beecher. Keller sollevò il capo con interesse, come se fosse incuriosito dalla sua reazione.

“Ah, ma allora ce le hai le palle,” rise Schillinger. “Forse dovremmo fare qualcosa al riguardo.”

Keller si mosse di scatto e si parò davanti a Beecher. “Dovrai passare sul mio cadavere,” intimò a Schillinger.

“Crucio!” urlò quest’ultimo in risposta. Keller crollò a terra, iniziando a contorcersi in modo innaturale.

In quel momento, qualcosa si ruppe dentro Beecher. Gli anni trascorsi tenendo tutte le emozioni dentro sembravano essere scomparsi all’istante: tutta la rabbia che teneva all’interno eruttò fuori come un fiume in piena.

“Stupeficium,” gridò Beecher, e questa volta quella parola non avrebbe ucciso, no, avrebbe salvato Keller dal dolore della Cruciatus. Il corpo di Schillinger fu scaraventato contro il muro della cella come una bambola di pezza. Mack e Robson fecero per avvicinarsi, ma Keller aprì gli occhi e si rialzò in piedi.

“Morsmordre!” strillò Mack. Beecher non pensava che avrebbe mai potuto vedere qualcosa di così terrificante. Sui cieli di Azkaban era comparso il Marchio Nero, il segnale che utilizzavano i Mangiamorte - e i Neomangiamorte dopo di loro - per chiedere aiuto. Tuttavia, il gesto di Mack non ebbe l’effetto sperato, in quanto tre Dissennatori si avvicinarono a loro e iniziarono a trascinare via i tre Neomangiamorte verso le loro celle.

Beecher cercò di riprendere fiato. Non sapeva come sentirsi: da un lato era sollevato e fiero di se stesso per essere riuscito a liberarsi di quelle teste di cazzo, dall’altro tutta quella rabbia con cui li aveva Schiantati gli faceva paura. Era come se fosse sempre stata dentro di lui, ma solo grazie ad Azkaban era riuscita ad emergere fuori.

Il Marchio Nero cominciava a diradarsi, lasciando spazio alla solita nebbia di Azkaban. Beecher era lì soltanto da un giorno, ma si era già abituato all’oscurità e al freddo della fortezza.

Si avvicinò a Keller. “Tutto a posto?” gli domandò, preoccupato. Cadendo Keller aveva battuto la guancia contro uno spigolo del letto e aveva un graffio da cui stava uscendo un rivolo di sangue. Istintivamente, come se un burattinaio invisibile governasse la sua mano, Beecher gli accarezzò la guancia.

Keller abbozzò un sorriso. “Ce ne vuole per farmi male,” disse, sedendosi sul letto e cercando di nascondere una smorfia di dolore. “Dev’essere una costola,” sussurrò, essendosi accorto dello sguardo preoccupato di Beecher.

“Ehi. Ehi, tranquillo,” continuò. “Davvero, non è niente.”

“Mi dispiace che ti abbiano attaccato per colpa mia,” borbottò Beecher, sedendosi accanto a lui.

Keller scrollò le spalle. “Cosa vuoi che sia,” disse tra sé e sé. “Ormai ci sono abituato. Sono qui da quattro anni.”

“Grazie per avermi difeso. Non ho mai avuto nessuno a farsi avanti per me,” sussurrò Beecher, sorridendo.

“Grazie a te per averli Schiantati. Sei stato forte.” Keller gli accarezzò i capelli con una mano. “Sono stato fortunato a trovarti, prima che tu arrivassi qua ero praticamente solo.”

Beecher gli si avvicinò. “Se non fosse stato per te probabilmente quegli stronzi mi starebbero ancora Cruciando,” mormorò.
“Come posso fare per sdebitarmi?”

Keller sorrise. “Un’idea ce l’avrei.”

“Oh.” Beecher capì e posò le labbra sulle sue. Keller rispose al bacio con delicatezza, schiudendo la bocca e muovendo piano la lingua. Beecher gli mise una mano dietro al collo e approfondì il contatto, mentre Keller gli cinse la vita con il braccio destro e lo strinse a sé. Era evidente che volesse avere il controllo della situazione, e Beecher gli lasciò fare, anche a causa della sua inesperienza con gli uomini. Era tutto così diverso dal bacio con una donna: nonostante Keller fosse delicato, le sue mani erano callose e le sue braccia lo stringevano con forza. Keller era avido; Beecher capiva che era un predatore nato dal modo in cui gli morse il labbro fino a farlo sanguinare e da come le sue labbra si spostarono verso il suo collo come per marcare il territorio. Beecher gettò la testa all’indietro. Da quando era arrivato ad Azkaban non avrebbe mai più potuto pensare di provare sensazioni del genere.

Purtroppo, la festa finì più rapidamente del previsto.

Il direttore della prigione si avvicinò a loro e gli scatenò contro un’orda di Dissennatori. I due si separarono immediatamente - non si poteva tentare alcun tipo di incantesimo quando una guardia umana era nei loro pressi - e Beecher crollò a terra.

Improvvisamente, Cathy e tutto il sangue tornarono a farsi spazio nei suoi pensieri.

Keller scoppiò a ridere. “Non potete farci niente, bastardi,” urlò ai Dissennatori. Ora capì perché McManus avesse detto che era pazzo. Riusciva a trovare qualcosa per cui ridere nei momenti più assurdi, persino quando un Dissennatore aleggiava sopra la sua testa. Si sedette per terra accanto a Beecher e lo strinse a sé. Beecher appoggiò la testa contro il suo petto e in quel momento sembrava che il dolore fosse ovattato, come se avesse deciso di stabilirsi in un lontano angolo della sua mente.
Era sbagliato. Era sbagliato perché Keller era un uomo e un assassino ed era pericoloso. Baciarlo era come guidare a fari spenti in piena notte, e non c’è Lumos che tenga quando tutto quello che Beecher voleva era il brivido del pericolo, quel pericolo da cui aveva sempre cercato di difendersi ma che in realtà era sempre stato una parte fondante dei suoi desideri.

Due giorni, ecco quanto tempo c’era voluto a fargli capire chi era veramente. Beecher aveva voglia di dare personalmente un Galeone a quella guardia.

“Sono qui, Toby,” sussurrò al suo orecchio, accarezzandogli la testa. “Sono qui.”

Keller era velenoso, ma Beecher non era sicuro di voler trovare un antidoto.
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