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Titolo: What the water gave me
Fandom: Oz
Personaggi: Chris Keller/Tobias Beecher, i bimbi
Genere: fairytale, hurt/comfort
Warning: suicidio 
Rating: SAFE
Wordcount: 4963
Sommario: Toby vuole mettere fine alla sua vita. Qualcuno lo fermerà. 
Note: ci ho messo mesi a scriverla e non mi piace com'è venuta. Still, era ora di chiuderla qui.

What the water gave me

 

And the arms of the ocean are carrying me

And all this devotion was rushing out of me

And the crashes are heaven, for a sinner like me

But the arms of the ocean delivered me

(Never let me go, Florence + The Machine)

 

 

Quel giorno, il vento tirava più forte del solito. Il sole faceva timidamente capolino da nuvole grigie e pesanti e le onde si infrangevano violentemente sugli scogli.

Tobias Beecher aveva deciso che era il giorno giusto per mettere fine alla sua vita.

*

Ci erano voluti due paramedici per trattenerlo quando aveva ricevuto la notizia della morte di Genevieve.

“Gen,” aveva urlato. “Gen!” Eppure era impossibile appellarsi a quel verdetto: Gen era morta, e lui era ancora vivo. Tobias non aveva mai pensato al giorno della sua morte: aveva sempre immaginato che lui e Gen avrebbero raggiunto e superato gli ottant’anni e che le loro vite sarebbero terminate nello stesso istante, mano nella mano. Ma Dio non era così gentile da fargli quel favore, sarebbe stato troppo facile. Gen se n’era andata e Tobias sarebbe rimasto da solo, per tutto il resto della sua vita. Sì, ma che razza di vita avrebbe vissuto? Come avrebbe avuto il coraggio di sorridere ancora? Aveva tre figli, per l’amor del cielo. Holly e Gary erano abbastanza grandi da poter sentire la nostalgia della madre e il piccolo Harry non l’avrebbe mai conosciuta. Toby non era in grado di stabilire quale delle due opzioni fosse la peggiore.

*

Soltanto un cieco avrebbe potuto affermare che non c’erano problemi all’interno della famiglia Beecher.

Toby non era più l’uomo che aveva sposato Genevieve, con il sole in fronte e lo sguardo pieno di promesse. All’abbraccio di Gen si era sostituito quello della bottiglia, più caldo e meno lesto a giudicarlo. L’alcool l’aveva sedotto e stretto nella sua morsa, sussurrandogli piano piano la via da seguire. Toby non si era mai definito un ubriacone: un paio di bicchieri di vino a cena e un po’ di whisky per mandare giù il pesce e l’amarezza del giorno trascorso, nulla di più.

Un giorno più buio del normale Toby aveva iniziato a bere un po’ di più, e il giorno dopo ancora – o mille giorni dopo – aveva iniziato a portarsi la bottiglia a letto, ormai sua unica amante. Genevieve, dal canto suo, gli aveva fatto notare più volte che stava esagerando, ma Toby non l’aveva ascoltata. Un giorno le sue mani s’insinuarono sotto la gonna della moglie nonostante lei gli avesse ripetutamente detto di no e fu solo uno schiaffo ben assestato a fermare Toby. Da quel giorno, il loro rapporto non fu mai più come prima.

Genevieve era sempre più distante, sempre raccolta nei suoi silenzi e nei suoi pensieri. Quando aveva annunciato a Toby che era incinta di quattro mesi lui aveva maledetto il Signore. La nascita di Harry non li aveva affatto riavvicinati, anzi, era stata la frattura definitiva. Genevieve piangeva tutto il giorno ma soffriva silenziosamente, senza dir nulla. Toby sapeva che alle madri poteva succedere, ma mai nella vita avrebbe immaginato che il sorriso di Gen si sarebbe spento per lasciar spazio a tutto quel dolore.

L’avevano trovata sulla spiaggia. Si è buttata da una rupe, gli dissero. Il primo pensiero di Toby fu che almeno non si era buttata in mare e l’avrebbero cercata invano per anni e anni a venire.

*

Sembrava un giorno come un altro per Toby: sveglia alle sei per ammirare l’alba – la vita continuava a sorgere giorno dopo giorno, com’era possibile? – rete pronta, togliere l’ancora dalla barca. Toby aveva remato più lentamente del solito per assaporare gli ultimi istanti della sua vita. Aveva già preparato un paio di sassi da infilare nelle tasche dei suoi calzoni, chiudi gli occhi e giù, via, nel blu più profondo.

Nessuno l’avrebbe mai trovato.

Aveva baciato i suoi figli sulla fronte e lasciato due lettere sulla scrivania, una per i bambini e una per i suoi genitori, che vivevano in città. Aveva dibattuto a lungo con se stesso se rendere chiare le sue intenzioni o meno. Gli incidenti capitavano, e gli incidenti in barca ancora più frequentemente. Prima o poi sarebbero venuti a cercarlo, ma non l’avrebbero mai trovato. Dal mare era venuto e nel suo mare sarebbe tornato.

Non era andato al largo come suo solito: aveva scelto una scogliera vicina alla rupe sulla spiaggia da cui si era buttata Gen, guarda caso – e aveva ormeggiato lì la sua barca. Vicino a quella scogliera c’era una piccola grotta, che i pescatori chiamavano Cala delle Sirene. Toby non credeva alle leggende, ma per un attimo si fece cullare dall’idea che Gen nuotasse ancora nel mare, tra alghe e tesori segreti.

Non era mai stato da quelle parti. Toby tendeva a pescare al largo, con la sola compagnia del rauco grido dei gabbiani e della sua fiaschetta. Non si era mai avventurato per le grotte: Toby non amava gli spazi ristretti, perché lo facevano sentire imprigionato e privo di una vera via d’uscita. Eppure, c’era qualcosa che l’aveva chiamato a Cala delle Sirene, qualcosa che Toby non riusciva bene a spiegarsi. Dopotutto, per morire un posto valeva l’altro.

*

Toby non aveva mai realizzato di essere depresso. Quando beveva – sempre più frequentemente negli ultimi tempi – gli capitava di rimuginare più a lungo sul passato e sulla morte di Genevieve. Percepiva il senso di colpa pesargli sulle spalle, un macigno che nemmeno con una carrucola sarebbe riuscito a sollevare.

“Perché non me ne sono accorto?” si domandava nel cuore della notte, dopo aver spento la candela che teneva da una parte del letto e posato la bottiglia lì accanto. Il letto gli sembrava innaturalmente grande, troppo grande per accogliere una persona sola ma troppo piccolo per quietare il dolore che portava con sé. Toby si trovava ad annaspare nelle coperte, gambe e braccia avviluppate alle lenzuola. Per colpa di qualche filo tirato, una volta il lenzuolo rimase impigliato alla catenina che Toby portava al collo. Proprio quella catenina era di Gen, lo legava e lo teneva imprigionato al suo ricordo, cappio improvvisato che per un istante lo aveva fatto sentire bene. Toby si era trovato a bramare la sensazione dell’assenza del respiro, e proprio allora aveva deciso di andarsene.

Sarebbe morto con l’acqua che gli avrebbe riempito i polmoni fino allora, e sperò che il lenzuolo attorcigliato al collo fosse solo un preludio.

*

“Papà, secondo te la mamma è in Paradiso?”

La domanda di Holly colse Toby di sasso. Era impegnato a sfilettare una delle orate che aveva pescato quella mattina e aveva già preparato i piatti per i bambini.

“Certo,” rispose, sperando che il dubbio non trapelasse troppo dalla sua voce. Se fosse esistito un Paradiso, Gen vi avrebbe dimorato trionfante, il più luminoso degli angeli.

Toby non riusciva a credere che non avrebbe mai più visto i suoi figli – o meglio, li avrebbe osservati dal cerchio più profondo dell’Inferno, dedicato ai padri che distruggevano le famiglie e abbandonavano i propri figli. Tuttavia, era sicuro della propria decisione: c’era stato il tempo per i dubbi e quello per i tentativi falliti – un solo sasso nella tasca sinistra e bracciate disperate verso l’alto, alla ricerca di quello slancio vitale che gli avrebbe riempito i polmoni. Aveva già nascosto le lettere e si preparava a trascorrere la sua ultima notte sulla terra, uomo vivo che respira, piange, dorme.

Sistemò l’ultimo filetto nel proprio piatto e si diresse verso il tavolo. Nel biberon aveva scaldato un po’ di latte per Harry, sperando che sarebbe riuscito a calmarlo. Da quando era morta Gen piangeva in continuazione.

“Buon appetito,” borbottò Toby, principalmente rivolto a se stesso e al suo whisky invecchiato. Ne bevve un lungo sorso e chiuse gli occhi.

“Papà, è troppo salata,” si lamentò Gary, lasciando cadere la forchetta nel piatto.

“Si chiama orata al sale.” Toby posò il bicchiere di suo malgrado e sollevò le palpebre. “Mangiala, l’ha pescata papà.”

Holly stava masticando voracemente a bocca aperta. Harry piangeva. Gary si alzò dalla sedia e scappò via.

“Che cazzo hai fatto, Gen?” si domandò Toby, ma l’unica risposta che ricevette fu il silenzio.

*

“È giunto il momento,” pensò Toby. Cala delle Sirene era una grotta scavata nella roccia. Il gioco di luci illuminava la parete sinistra, gialla per la presenza di zolfo. Toby si fermò un istante ad ammirare i diversi colori della pietra, ma ormai era troppo tardi. Prese uno dei sassi più grandi e lo soppesò nelle mani. Era grigio scuro e liscio, levigato dagli anni trascorsi sotto la superficie dell’acqua. La grotta era terribilmente silenziosa: nemmeno i gabbiani vi si avvicinavano.

Toby s’infilò il sasso nella tasca. Ne prese un altro e si sedette sul bordo dell’imbarcazione con i piedi penzoloni. Non c’era più nessun motivo per non gettarsi.

“Non farlo!” urlò una voce. Toby scattò in piedi dalla paura.

Sulla superficie dell’acqua era emersa la creatura più bizzarra che avesse mai visto. La parte superiore del corpo era umana, un uomo sulla trentina molto affascinante, con gli occhi dello stesso blu del mare e i capelli tagliati corti. Aveva addominali e pettorali cesellati e le sue braccia erano possenti.

La parte inferiore del corpo era a dir poco indescrivibile. Aveva una coda. Una lunga coda di un verde iridescente laddove un uomo avrebbe dovuto avere un paio di gambe.

“Ti prego, Tobias, non farlo,” continuò. La sua voce era roca e melodiosa, un suono che sembrava miele alle orecchie di Toby.

“Cosa sei? Come sai il mio nome? Sono impazzito?”

“Toby,” sussurrò piano la voce. Toby, Toby, Toby, ripeté l’eco. La figura si sollevò con le forti braccia e si issò sulla barca di Toby.

“Non ho molto tempo,” disse, mettendosi in bocca una manciata di alghe di un colore verde brillante.

“Ok, sono pazzo.” Toby abbassò il capo e fece per prendere un remo, ma la creatura lo fermò. La sua mano era innaturalmente fredda e viscida, come le squame di un pesce.

“Stai un po’ qua con me, per favore. Non mi capita spesso di incontrare un mortale.”

“Prima mi devi dire cosa sei.” Da quando la creatura l’aveva toccato, Toby si era convinto che esistesse davvero e che non fosse soltanto un prodotto della sua fantasia. La sua mente non era in grado di elaborare qualcosa di così complesso e soprattutto vivo. Troppe cose erano morte all’interno di Toby.

“Quando ero vivo mi chiamavo Chris.”

Toby rimase di sasso. “Cosa vuol dire, quando eri vivo?” gli domandò, appoggiando i piedi sulla barca.

“Sono morto, ovviamente.” Chris lo guardò come se fosse particolarmente ottuso. “Non conosci la leggenda?”

“Non è possibile.”

Toby conosceva perfettamente la leggenda come tutti i pescatori, che la tramandavano di padre in figlio. In un angolo della mente, Toby ricordava di averla narrata a Gary una volta che non riusciva a dormire: chi poneva fine alla propria vita era condannato a trascorrere l’eternità intrappolato nel corpo per metà di essere umano e per metà di pesce.

È per questo che Gen non si è buttata in mare, pensò Toby distrattamente. I suicidi ricevevano la punizione peggiore da Dio: erano costretti a vivere per sempre.

“Quando è successo?” mormorò Toby a Chris.

“Dieci anni fa. Overdose di eroina. Volevo sballarmi come al solito ma sono caduto in mare e sono annegato.”

“Volevi ucciderti?” Toby abbassò la voce, temendo di essere invadente.

“Non lo so. Ho mangiato subito l’alga, però.”

“Quale alga?”

“Questa.” Chris ne prese un’altra manciata da una roccia adiacente. “Ogni volta che un uomo vuole uccidersi viene messo di fronte a una scelta: o continua a vivere da essere umano, costretto ad affrontare i suoi demoni, oppure mangia l’alga e si trasforma in uno di noi. L’alga è una seconda possibilità, perché sotto l’acqua il dolore si attenua. Però il peso della vita non se ne va, quello no, mai.”

Toby lo guardò stupefatto. “Voglio morire sul serio, non voglio nessuna fottuta alga.”

“No, Toby. Ho visto tante persone in punto di morte, e so che tu non lo sei. Hai ancora tutta la vita davanti. Pensaci bene se tornare indietro e ucciderti in un altro modo.”

“Non ho nulla a cui pensare,” disse Toby con voce ferma. “Ho già fatto la mia scelta.”

“Toby.” Chris gli si avvicinò e gli mise un braccio intorno al collo. Iniziò a muovere ritmicamente la mano massaggiandogli la spalla. Il tocco di Chris era ipnotico e Toby pensò di essere caduto vittima di un sortilegio, ma non aveva alcuna intenzione di svegliarsi. Si lasciò cullare dal movimento armonioso delle onde e dalla voce delicata di Chris, che gli cantava all’orecchio una melodia incomprensibile.

Non si accorse di quanto tempo fosse passato fino a quando non sentì in bocca qualcosa di viscido. Chris gli aveva dato da mangiare l’alga!

Toby si mosse di scatto e la sputò immediatamente. “Io voglio solo morire,” sussurrò, con la voce rotta dal pianto. “Per favore. Rispetta la mia volontà.

“Per te farò un’eccezione. Mangerai una quantità di alghe sufficiente da vedere com’è la vita qui sotto, ma dopo un’ora potrai tornare indietro.” Toby lo guardò perplesso. “Funziona anche al contrario,” continuò Chris, “posso mangiare l’alga e respirare fuori dall’acqua, ma non per più di un’ora. Guarda, ho le gambe.”

Effettivamente Toby non si era accorto che al posto della coda, in quel momento Chris aveva un normale paio di gambe e che indossava un drappo di alghe viola intorno ai fianchi. Toby si sorprese di trovarlo così affascinante. Sapeva di essere attratto anche dagli uomini praticamente da sempre, ma era un pensiero che cercava in continuazione di spingere nell’angolo più recondito della sua mente. Chris aveva un fisico imponente e due occhi blu come il cielo d’estate. Toby immaginò le sue forti mani che lo afferravano e sentì un brivido salirgli lungo la schiena.

Chris lo aveva decisamente stregato.

“Torna a casa,” proruppe Chris. “Vieni domani alla stessa ora. Del resto, non hai niente di meglio da fare, non è vero?”

Toby annuì suo malgrado. Chris si tuffò in acqua senza spruzzare una goccia e immediatamente la coda di pesce tornò al suo posto. Toby prese i remi e iniziò ad allontanarsi dalla grotta. Il tempo era cambiato: il sole era alto nel cielo e Toby chiuse gli occhi, lasciando che i raggi gli scaldassero il viso. Si diresse al largo e pescò più orate che in tutta la sua vita.

 

*

Quando Toby arrivò a casa, persino i bambini notarono che era più allegro del solito. Per una volta la sua fedele bottiglia di whisky non l’aveva accompagnato a cena e ad un certo punto si era addirittura messo a scherzare con Gary.

Toby si era seduto accanto a Harry e l’aveva imboccato, pian piano. Dopo cena si era messo a giocare con i bambini e aveva costruito un castello di carte. Aveva aiutato Holly a pettinare le sue bambole perché lei gli aveva spiegato che dovevano andare a una fiera in città e aveva passato tutta la serata a raccontare fiabe e leggende. Si curò bene dal narrare la leggenda delle sirene, perché dopotutto era una storia vera.

Toby era diverso. Aveva cambiato la prospettiva con cui guardava alla vita. Probabilmente era questa la magia delle sirene: se non avevi ancora preso la decisione di porre fine alla tua vita erano in grado di farti cambiare idea, anche se solo per un istante. In quel momento, un istante era tutto ciò di cui Toby aveva bisogno. Si alzò dal divano e, dopo aver messo i suoi figli a letto, Toby prese le lettere che aveva preparato e le nascose dove teneva la sua scorta di bottiglie di whisky, lontano da occhi indiscreti.

Toby non si sentiva felice, ma Chris aveva smosso qualcosa al suo interno di cui non riusciva a capire la natura. Non vedeva l’ora che fosse la mattina del giorno successivo per tornare da Chris e parlare con lui, o semplicemente trascorrere del tempo ad ascoltarlo mentre gli cantava piano nell’orecchio. Toby si sentiva ancora depresso come nei giorni precedenti, ma la voglia di porre fine alla propria vita si era abbassata. Ancora per qualche giorno, Toby voleva vedere la luce del sole.

 

*

“Sei già qua?”

Alle prime luci dell’alba, Toby aveva remato con tutta la forza che aveva in corpo e si era diretto verso Cala delle Sirene. Trovò Chris che lo aspettava sdraiato su uno scoglio - gli aveva letto nel pensiero?

Toby lasciò che il suo sguardo indugiasse sulle gocce d’acqua che scorrevano lungo il corpo di Chris, che indossava un drappo di alghe che lasciava ancora meno spazio all’immaginazione. Fece segno a Toby di avvicinarsi. La roccia su cui si era adagiato era piccola, ma con un po’ di sforzo c’era spazio per due persone. Toby permise a Chris di aiutarlo a scendere dalla barca e si sistemò accanto a lui, senza avere paura dell’inevitabile contatto fisico.

“Come stai oggi?” gli sussurrò Chris, con quella voce suadente in grado di entrargli sotto la pelle.

Toby sorrise delicatamente. “Meglio,” gli rispose, lasciando che Chris gli spettinasse i capelli con la mano. Non si era mai sentito così a suo agio con un altro uomo, nonostante fosse convinto che Chris lo toccasse un po’ troppo per i suoi gusti. A chi voleva darla a bere? Lo toccava decisamente troppo poco.

“Toby, sei pronto?” Chris preseun’altra manciata di alghe e la porse a Toby, che si sollevò di scatto. Non si sarebbe lamentato di trascorrere tutta la giornata appoggiato a Chris, ma qualunque alternativa andava bene, pur di passare tempo con lui. Annuì e si mise le alghe in bocca, tuffandosi nel mare sempre più azzurro. Chris lo seguì rapidamente e Toby sorrise quando vide la solita coda sostituire le gambe di Chris. Non ci avrebbe mai fatto l’abitudine, ma la vista non gli dispiaceva affatto. Chris nuotava in modo decisamente sensuale, scuotendo sinuosamente la coda per spostarsi sott’acqua e scendere in profondità. Toby era così concentrato su Chris che non si accorse che aveva iniziato a respirare in modo completamente diverso. Era come se avesse le branchie, pensò, anche se ovviamente non era cambiato nulla al suo interno. Realizzò che probabilmente era così che respirava anche Chris.

C’erano pesci di tutti i tipi: piccoli, grandi, colorati, banchi di sardine argento e piccoli pesci pagliaccio che facevano capolino da un anemone di mare. Vi era una specie di barriera corallina di cui Toby non avrebbe mai immaginato l’esistenza, con colori vivaci e meravigliosi.

Superati i primi cinque o dieci metri, Toby si rese conto che non provava alcuna difficoltà a nuotare sotto il livello del mare. L’aria non gli mancava affatto e non sentiva le gambe affaticate. Improvvisamente, un enorme castello comparve nel suo campo visivo. Chris gli prese la mano e lo condusse al suo interno.

“Mi piace venire qui quando non so cosa fare,” gli spiegò.

Il castello aveva tutta l’aria di una roccaforte medievale che prima era sulla terra e in qualche modo si era ritrovata in fondo al mare. C’erano armature e grosse sedie in legno, arazzi sulle pareti e letti a baldacchino.

Toby si sorprese quando si accorse che riusciva tranquillamente a camminare sul fondale. Non gli sembrava neanche di non essere sulla terra: era un’esperienza straordinaria. Chris lo portò in una sala più piccola delle altre e si sedette su un enorme divano damascato. Toby rimase in piedi esitante, ma Chris gli fece segno di sedersi accanto a lui. Toby si sdraiò al suo fianco, mentre la mano di Chris riprese a sfiorargli i capelli. Toby accolse il suo tocco inclinando leggermente la testa, come un gatto accarezzato dal padrone. Avrebbe potuto passare l’intera vita rannicchiato accanto a Chris, metre i pesci gli nuotavano intorno.

Forse era per questo che ci si trasformava in creature subacquee: la vita sotto il livello del mare aveva tutto un altro sapore. Era più facile passare le giornate a nuotare ed esplorare rovine, rispetto alla noiosa vita terrena. Toby sentì che tutto il dolore che provava si stava attenuando gradualmente.

“Si sta bene qua, vero?” gli domandò Chris, come se gli avesse letto nel pensiero. Toby annuì. Chris gli passò nuovamente la mano tra i capelli.

“Tieni, prendine un altro po’,” gli disse Chris, porgendogli altre alghe. Toby le masticò lentamente e appoggiò la testa sulle spalle di Chris.

“Ci sono altri come te?”

“Sì. Di solito stiamo in piccoli gruppi, ma io mi ero stufato e volevo stare un po’ da solo. Può diventare pesante trascorrere l’eternità con le stesse persone.”

“Se io decidessi di… insomma, hai capito.” Toby alzò il capo e sfiorò la guancia di Chris con una mano. “Tu rimarresti con me?”

Chris sorrise. “Certo,” mormorò con voce soave all’orecchio di Toby.

“D’accordo.”

Toby si sentiva così sereno e felice che aveva intenzione di compiere una mossa azzardata. Si avvicinò a Chris e posò le labbra sulle sue. Dapprima Chris rimase sorpreso, ma rispose al bacio aprendo la bocca e muovendo delicatamente la lingua. Rapidamente il bacio divenne più intenso e passionale, con le mani di Toby che scorrevano lungo il torso di Chris e le labbra che sembravano andargli a fuoco. Dopo qualche minuto - o qualche ora - si separarono, senza smettere di toccarsi e sfiorarsi.

“Sono contento di averti incontrato,” sussurrò Toby. “Credo che sia ora di tornare in superficie.”

Chris parve deluso per un istante, ma non mancò di sorridere in risposta.

Il viaggio di ritorno fu più breve del previsto, e quando Toby e Chris raggiunsero lo scoglio Chris vi si sdraiò sopra.

“Scusami. Cominciavo a non sentire più l’aria.”

“È un effetto comune, Toby.” gli disse Chris. “Voi umani non siete abituati a stare sott’acqua.”

Voi umani?”

“Voi umani. Io non sono più come voi.” Lo sguardo di Chris parve rabbuiarsi. “Certe volte mi manca la terra, per questo torno su così spesso. Però non posso stare che un paio d’ore al giorno.”

Toby annuì. “Sono contento che tu passi il tempo sulla terra con me.”

Chris scoppiò a ridere. “Beh, non ho niente di meglio da fare, no?” Per tutta risposta Toby gli tirò un lieve pugno sulla spalla.

“Ah beh, fa piacere sentirselo dire!” gli disse, fingendosi arrabbiato. Chris continuò a ridere.

“Ehi, non intendevo in quel senso. Non saprei cosa fare se non ci fossi tu. Probabilmente nuoterei senza meta e mi divertirei a spaventare i pesci.”

“Così suona meglio,” mormorò Toby, stringendo Chris a sé per un lungo bacio. “Grazie.”

Trascorsero insieme la prima parte della mattinata, ma ad un certo punto Chris fu costretto a tornare in acqua.

Toby si rese conto che anche creature così magiche avevano una maledizione. Per un attimo si spaventò per la facilità con cui avrebbe potuto abbandonarsi a Chris, lasciandosi cullare dalla sua dolce voce.

Quando tornò a casa, Toby capì che Chris l’aveva stregato.

 

*

Il resto della giornata trascorse lentamente e senza che accadesse nulla di rilevante. Toby era andato al largo a pescare, ma il bottino del giorno non era stato un granché soddisfacente: due scorfani e un pesce persico. Holly aveva fatto i capricci e si era rifiutata di mangiare la verdura: Toby aveva provato a convincerla con tutta la pazienza che un padre potesse avere, ma a un certo punto aveva lasciato perdere e aveva mangiato l’insalata che Holly aveva lasciato nel piatto.

Quando si diresse verso l’armadio in cui nascondeva le bottiglie di whisky, Toby non rimase stupito. Gli sembrava di sprecare ogni momento che non trascorreva con Chris e per questo si sentiva enormemente in colpa. Il suo corpo gli suggeriva di mangiare quella dannata alga e passare l’eternità a nuotare con Chris, ma la sua mente gli ricordava che non poteva venire meno al suo dovere di padre. Dopotutto, aveva già rovinato la vita dei suoi figli a sufficienza, portando la loro madre a una morte prematura. Eppure, la sola idea di avere delle responsabilità gli faceva salire il cuore in gola. Era così meraviglioso trascorrere le giornate in compagnia di Chris che gli cantava soavi melodie nell’orecchio mentre gli accarezzava i capelli, ma purtroppo la vita di Toby non poteva consistere solo di quello.

Toby bevve un ultimo, lungo sorso di whisky prima di dirigersi a letto.

 

*

 

La tempesta infuriava sulla spiaggia. Toby vedeva chiaramente Gen correre verso il precipizio, eppure le sue gambe erano tramutate in pietra e non riusciva a fermarla. Provò a urlare, ma il suono gli si congelò in gola. Questione di qualche secondo e Gen si sarebbe buttata, e Toby non avrebbe fatto nulla per fermarla.

Qualche secondo dopo Toby fu trasportato accanto al corpo senza vita di Gen, sangue ovunque e braccia e gambe in una posizione innaturale.

Si svegliò madido di sudore, con le gambe attorcigliate nelle lenzuola. Era da qualche giorno che non aveva più incubi, e quel sogno l’aveva decisamente colto alla sprovvista. Toby aveva rivisto la morte di Gen al rallentatore e ancora una volta era stato attanagliato dai sensi di colpa per averla condotta precocemente alla tomba. Era lui la ragione della sua morte. Lui e il suo alcolismo e il suo non essere né un buon marito, né un buon padre.

Era piena notte e il vento infuriava fuori dalla finestra. Toby la aprì per far entrare un po’ d’aria fresca. I pensieri che l’avevano tormentato tornarono più violenti di prima.

L’hai uccisa tu, si ripeteva. Sei stato tu.

Un altro pensiero s’introdusse di soprassalto. Aveva bisogno di Chris.

 

*

Toby corse in spiaggia e affondò i piedi nella sabbia. Era ancora scosso dal sogno e non voleva che Chris lo vedesse in quelle condizioni, ma allo stesso tempo non poteva fare a meno di raggiungerlo. Prese la sua canoa e cominciò a remare in direzione di Cala delle Sirene. Quando la raggiunse, si sedette sullo scoglio e iniziò a cercare Chris. Urlò il suo nome più volte, fino a quando Chris non comparve sulla superficie dell’acqua.

“Ho sentito che mi cercavi,” disse, avvicinandosi con cautela a Toby.

“Sono un fallimento. Dammi tutta l’alga che hai, è giunta l’ora.”

“No, Toby.” Chris si sedette accanto a lui e gli mise una mano sulla spalla. “Se vuoi posso dartene un po’ così facciamo una nuotata, ma scordatelo.”

“Chris,” mormorò Toby con aria cupa, “la mia vita non ha nessun significato. Credo che sia arrivato il mio momento.”

“No,” ripeté Chris con fermezza. “Vieni qua.” Mangiò un’altra alga e strinse Toby a sé. “È tutto a posto. Ci sono io con te.” Toby si lasciò andare e scoppiò a piangere.

“Sono un disastro. Farei molto meglio ad andarmene,” sussurrò nell’incavo del collo di Chris.

“Come farebbe la tua famiglia senza di te? I tuoi figli non potrebbero andare avanti. Devi farti forza e rimanere con loro.” Chris gli baciò la fronte, poi lo guardò negli occhi e gli diede un lungo bacio sulle labbra. Toby rispose al bacio con passione e gli sembrò che quel bacio non finisse mai. Quando si separarono, Chris gli asciugò le lacrime con il dorso della mano.

“Chris, ho preso una decisione.” Toby si alzò e tornò sulla canoa. “Scelgo di rimanere con te. Porterò i miei figli dai miei genitori e potranno finalmente vivere una vita felice.”

“Toby… non prendere decisioni di cui potresti pentirti.”

“Chris, la scelta è mia. Così non posso andare avanti. Tu mi hai fatto scoprire cos’è la felicità, e non posso più sopportare di stare con te solo due ore al giorno. Io scelgo te, Chris.”

Chris sorrise debolmente. “Se ritieni che sia questo il tuo destino, ti aspetto qua.”

“Tornerò, Chris. Tornerò.”

Toby remò verso casa per l’ultima volta.

 

*

Quando Toby tornò a casa, la prima cosa che fece fu scrivere una lettera ai suoi genitori che abitavano in città.

 

Mamma, Papà,

non sono più in grado di badare ai miei figli. Mi dispiace per tutte le sofferenze che vi ho fatto passare. Per favore, prendetevi cura di Holly, Gary e Harry: ovunque sarò, potrò stare tranquillo nel sapere che sono con voi.

Grazie,

Toby

 

La seconda lettera fu per i suoi figli.

 

Ragazzi,

papà non sta bene e non può più prendersi cura di voi. Crescerete con i nonni, che si occuperanno di voi nel migliore dei modi. Mi dispiace di non essere stato un buon padre.

Sappiate che vi ho voluto bene,

Papà

 

Si recò all’ufficio postale per spedire la lettera ai suoi genitori e lasciò quella per i suoi figli sul tavolo. Toby era convinto che i ragazzi avrebbero capito e avrebbero accettato la sua morte, così come erano venuti a patti con quella di Genevieve. Gli piangeva il cuore a lasciarli così, ma abbandonarli dopo averli rivisti sarebbe stato ancora più doloroso.

Toby prese nuovamente la canoa e guardò il cielo per l’ultima volta da vivo. Quando arrivò a Cala delle Sirene, Chris lo stava aspettando.

“Ci hai messo poco,” gli mormorò all’orecchio. “Vieni qua.” In mano aveva una manciata di alghe. Ce n’erano molte di più di quante Toby ne avesse mai viste. Toby le ingerì tutte senza fermarsi per prendere fiato. Chris lo spinse delicatamente sott’acqua. Toby sentì che il suo corpo stava cambiando: le gambe gli stavano scomparendo, sostituite da una coda verde e luccicante. Il processo era stato più rapido di quanto avesse immaginato. Toby era morto, e avrebbe passato l’eternità nelle profondità del mare.

 

*

I pescatori si recano raramente a Cala delle Sirene. Dicono che sia infestata da creature temibili, con il corpo metà d’uomo e metà di pesce. Dicono che queste creature siano malvagie e che ti seducano, portandoti a trascorrere l’eternità con loro. Per questo i pescatori se ne tengono lontani. Sono pochi coloro che ritornano, e anche quando sono tornati sono completamente diversi: è quasi come se si trattasse di un’altra persona.

Ci sono storie sulle creature di Cala delle Sirene. I pescatori del luogo narrano di due creature inseparabili, che si compaiono sulla superficie soltanto nelle notti in cui il cielo è più scuro e la luna è coperta dalle nuvole. A differenza delle altre, queste due creature non cercano di sedurre i pescatori: sono pienamente soddisfatte della compagnia l’uno dell’altro.


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