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”Drin!”

Il suono della sveglia, una nuova giornata d’inferno per Tobias Beecher. Il professore avrebbe citato il suo saggio come il migliore della classe garantendogli gli insulti di tutta la combriccola di Schillinger, che non contento avrebbe anche provato a rubargli il pranzo. Toby si alzò sconfortato. Sua madre gli aveva preparato pancake e spremuta d’arancia, per cui forse qualcosa di buono nella sua vita c’era. Forse.

“Tesoro, ti accompagna a scuola papà, va bene?” trillò sua madre saltellando per la cucina.

“No, grazie,” bofonchiò Toby buttando giù in un solo sorso la spremuta. Ci mancava solo che i bulletti della scuola lo vedessero scendere dalla Lexus tirata a lucido di suo padre.

Forse il passaggio a una scuola privata non era poi un’idea così malvagia. Toby non avrebbe dovuto subire niente di tutto questo. Eppure, dopo la crisi che aveva dimezzato i clienti dello studio di suo padre, Toby non se la sentì di proporre ai genitori di iscriverlo nella più costosa scuola privata della città. Sarebbe entrato a Harvard lo stesso, come dieci generazioni di Beecher prima di lui.

Tuttavia, quel giorno era più terribile degli altri. Il professore di scienze aveva spiegato che avrebbe diviso la classe in coppie e che ognuno avrebbe presentato un organo del corpo umano. Toby tremava all’idea di chi gli sarebbe potuto capitare. Sperava in Bob Rebadow o Agamennon Busmalis, i suoi unici amici all’interno della classe. Non si sarebbe lamentato nemmeno di Augustus Hill, il ragazzo con i rasta sulla sedia a rotelle.

Toby diede un bacio a sua madre e volò via, diretto verso la scuola. Alla prima ora avrebbe avuto Biologia. Ottimo, così avrebbe saputo subito di che morte morire.

“Bene, ragazzi,” disse il professor McManus, “ho già creato le coppie.” Uno sbuffo si levò dall’ultima fila “Chi si lamenta può benissimo ripetere il mio corso il prossimo anno e non diplomarsi,” aggiunse.

“Ora dirò i nomi e vi consegnerò del materiale da cui partire per le vostre ricerche.”

“Schillinger e Robson, braccia e gambe.” Almeno non sono finito con uno di loro due, pensò Toby. Schillinger e Robson erano i due neonazisti della classe. Si vociferava che avessero picchiato e dato fuoco a un mendicante nero.

“Busmalis e Rebadow, cervello.” Toby gettò a Bob uno sguardo di sconforto. Bob scrollò le spalle per dire che non dipendeva da lui, ma Toby fu contento di vederlo con il suo amico.

“Adebisi e O’ Reily, organi genitali maschili.” Un coro di risate si sollevò all’idea della strana accoppiata che affrontava in modo scientifico quell’argomento.
“Hill e Vahue, fegato” Toby fu felice per il suo amico Augustus, che aveva la possibilità di lavorare con il suo idolo Jackson Vahue, il giocatore di basket più promettente della squadra.

McManus continuò ad assegnare organi a varie coppie, eppure non menzionava il nome di Toby. Quando il professore arrivò alla fine dell’elenco, a Toby si gelò il sangue nelle vene.
Era rimasto un solo organo e una sola persona non accoppiata. Toby non riusciva a crederci.
“E ora, l’organo a mio avviso più importante. Beecher e Keller, cuore.” Era una barzelletta. Uno scherzo. Tutti tranne Keller. Cielo, persino Schillinger sarebbe stato un compagno migliore! Keller era… Beecher non riusciva a descrivere quanto terribile fosse il compagno a cui era stato assegnato. Per cominciare: Keller l’aveva travolto con il suo skateboard il primo giorno di scuola. Il secondo giorno l’aveva spinto contro il suo armadietto e aveva tentato di rubargli il portafoglio. La differenza tra bulli come Schillinger e Keller era una sola: l’unico oggetto delle attenzioni di Keller era Toby. Infatti, non maltrattava nessun altro, anzi, era solo piuttosto strafottente e irrispettoso nei confronti dell’autorità. Toby era il suo chiodo fisso.

La campanella suonò e Toby si preparò alla sua fine.

“Ehy, baby,” urlò Keller con il nomignolo che rivolgeva a Toby, “pare che il destino abbia qualcosa in serbo per noi.”

Toby lo ignorò.

“Dico a te, occhi color cielo!” lo appellò Keller nuovamente. Toby, che non voleva ulteriori umiliazioni, decise di rispondergli.

“Ascoltami bene perché te lo dirò una sola volta. Devo entrare ad Harvard. Dieci generazioni di Beecher hanno frequentato Harvard. Dobbiamo prendere una A. A tutti i costi. Ok?

“E come hai intenzione di fare, sentiamo?” Keller gli gettò un braccio lungo la spalla e Toby tentò di sgusciare via da quel viscido contatto, fallendo miseramente.

“H-ho già un piano,” balbettò Toby, intimidito. “Mio padre è un Alumnus e useremo delle banche dati a cui lui può accedere per la nostra ricerca.”

“Non ho capito una parola di quello che hai detto, ma va bene,” borbottò Keller poco convinto. “Allora ci vediamo da te domani alle tre?”

“M-ma…” Toby non poteva far entrare Keller in casa sua. Immaginò i capelli di sua madre diventare tutti bianchi per lo spavento e la vide stesa per terra dopo un infarto.

“È fatta. A domani, Toby-baby,” cinguettò Keller, lasciando Toby con un palmo di naso.

Toby si sentì stordito. Keller era un uragano che lasciava dietro di sé soltanto distruzione. Toby si concesse un momento per raccogliersi e poi iniziò a pensare. La parola d’ordine era collaborazione: lui e Keller dovevano trovare un modo per andare d’accordo e soprattutto svolgere il compito nel migliore dei modi. Ne andava della carriera accademica di Toby, o meglio, della sua vita. Era una questione di vita o di morte.

Il resto della giornata trascorse in un vortice di pensieri e preoccupazioni e a cena Toby non era dell’umore di fare conversazione con i suoi genitori. Dopo cena provò a continuare il suo libro, ma non riuscì a concentrarsi.

Non prese sonno che alle quattro, e i suoi sogni furono frastagliati da incubi in cui Keller rubava oggetti di valore da casa sua o distruggeva mobili con un’ascia. No, Toby non era decisamente pronto.

Toby passò la mattina a scuola come guidato da un pilota automatico: non riusciva a rendersi conto di quello che stava succedendo. Le tre non potevano arrivare abbastanza in fretta.

Alle due e mezza Toby si mise davanti alla porta di casa. Non poteva rischiare che aprisse la domestica e che Keller la traumatizzasse a vita. I Beecher non potevano cambiare l’ennesima donna di servizio nel giro di un anno.

Alle tre meno cinque la tachicardia aveva preso il sopravvento su Toby. Ecco, quello sarebbe stato un ottimo spunto per la loro ricerca: la reazione del cuore alla presenza di un idiota.

Contro ogni sua aspettativa, alle tre in punto Toby sentì il rombo di una moto. Aprì la porta per vedere chi diavolo fosse ed eccolo lì, Keller e la sua faccia da schiaffi, con una giacca di pelle e una canottiera bianca aderente. Toby sentì che il respiro gli venne meno.

Keller era… affascinante. Toby non poteva definirsi attratto dagli uomini, ma era innegabile che Keller trasudasse magnetismo da ogni poro. Toby provò un profondo disgusto verso se stesso per aver pensato a Keller in quel modo e si preparò ad accoglierlo.

“Bel castello,” bofonchiò con la sua solita aria strafottente, “sei tu la principessa?”

“Entra,” ringhiò Toby.

“Dopo di te.” Keller fece un pseudo inchino e seguì Toby all’interno della magione dei Beecher.

“Andiamo in camera tua?” gli domandò.

Toby scosse la testa. “Ho preparato tutto in cucina.”

Keller parve dispiaciuto, ma seguì Toby in cucina. Sul tavolo la domestica aveva disposto ogni sorta di leccornia: patatine, biscotti al cioccolato, marshmallow, tramezzini e piccoli paninetti al latte. Toby aveva già sistemato il suo costoso computer lontano dal cibo, insieme ovviamente al libro di biologia.

“Questa è la tua tipica merenda?” domandò Keller, prendendosi un piattino e servendosi di un po’ di tutto. Toby lo guardò corrucciato. Non aveva intenzione di stare a subire ulteriori prese in giro.

“Mettiamoci al lavoro,” disse, “ho un’idea geniale.”

“Sentiamo.” Il tono di Keller era sarcastico.

“Possiamo partire dal case study di un paziente con ostruzione dell’aorta e vedere come la moderna nanotecnologia ha risolto il problema,” enunciò Toby con entusiasmo.

“Non ho capito una parola,” bofonchiò Keller mangiando, “e ho un’idea migliore.”

“Scommetto che non è migliore della mia. Non può esserlo.”

“Pensi che Schillinger e gli altri caproni della nostra classe capirebbero qualcosa di quello che hai detto?”

Suo malgrado, Toby ammise che Keller aveva ragione.

“Forza, sentiamo la tua idea,” borbottò Toby contrariato.

“Immagina di essere un uomo piccolissimo, minuscolo,” Keller fece un gesto con le mani per indicare le dimensioni, “e di poter viaggiare all’interno del cuore. Possiamo scrivere una storia dal suo punto di vista. Partire dall’aorta e diramarci nelle arteriole, fino ai capillari e poi tornare indietro. Raccontare il viaggio all’interno del sangue come se stessimo vivendo un’avventura. E poi, quando arriviamo al cuore… Toby, il cuore è l’organo più importante del nostro corpo. Dobbiamo far capire ai nostri compagni di corso ogni singola pulsazione.”

Toby rimase rapito dall’entusiasmo e dal fascino che trasudava Keller. Era così appassionato mentre parlava che l’aveva completamente convinto. Addirittura, l’avrebbe seguito fino all’inferno. Toby era sconvolto dalla quantità di nozioni che conosceva Keller sul cuore. Dai suoi voti e dal suo comportamento in aula, Keller sembrava tutto meno che uno studente modello. Eppure, era una sorpresa straordinaria.

“Bene,” disse, mentre Keller faceva una pausa per riprendere fiato. “Tu ti occuperai di scrivere la storia, mentre io la trasformerò in una presentazione in PowerPoint. Sei d’accordo?”

Keller annuì e prese un largo pezzo di pizza. “Siamo un team, Toby, e quella A sarà nostra.”

Lavorarono insieme per tre ore, fino a quando Keller si alzò.

“Per oggi direi che basta, Toby.”

“Sono d’accordo.” Toby cominciava a sentire la stanchezza e il lavoro stava procedendo bene, per cui non era il caso di strafare.

“Domani alla stessa ora?” domandò Keller.

“D’accordo.”

“Vedrai, sarà un successo.”

“Lo spero.”

Quella notte, Toby sognò di viaggiare all’interno del cuore con Keller.

 

*

I giorni seguenti li trascorsero a lavorare sodo. La presentazione stava diventando eccellente sotto tutti i punti di vista: Keller scriveva la storia, mentre Toby si occupava di sistemare la parte grafica e alcune nozioni più teoriche. Tuttavia, Toby non aveva cambiato idea su Keller: era un manipolatore, e avrebbe fatto tutto ciò di cui era in grado per ottenere quello che voleva. Lo capiva dal tono mellifluo con cui gli parlava e dalla strana gentilezza che aveva nei suoi confronti.

La notte prima della presentazione, Toby non dormì. Troppo era in gioco. Ciononostante, era soddisfatto del lavoro che lui e Keller avevano fatto, anche se continuava a nutrire riserve sul suo compagno di lavoro.

 

*

La presentazione ebbe un successo straordinario: tutti tranne Schillinger e ovviamente Augustus si alzarono in piedi per applaudire. McManus era estasiato.

“Ragazzi, siete stati straordinari! Davvero, non mi sarei mai potuto aspettare un lavoro del genere. Che originalità, e soprattutto, che esposizione! Chris, mi hai davvero stupito,” disse, continuando a battere lentamente le mani.

Toby si lasciò andare a un largo sorriso. Chris era fuori di sé dalla gioia. A un certo punto, Toby ricevette un messaggio sul cellulare.

“Dopo la lezione, incontriamoci nel bagno vicino alla palestra. Chris.”

Toby era titubante. Cosa poteva volere da lui Chris adesso? Che volesse tornare alle sue vecchie abitudini di bulleggiarlo?

Quando suonò la campanella, Toby si diresse immediatamente verso il bagno dei maschi. O la va o la spacca, pensò.

Keller lo stava aspettando con un braccio appoggiato al muro e la sua solita faccia da schiaffi.

“Abbiamo avuto un grande successo, eh Toby baby?” disse subito Keller, non appena vide Toby.

Toby deglutì e annuì. Aveva paura di Keller e di quello che poteva fargli in un ambiente isolato.

“Sarebbe ora di festeggiare, che ne dici?” Gli si avvicinò, e Toby si sentì stretto in una morsa. Keller lo mise al muro come molte altre volte. Era finita. Toby si preparò a ricevere un pugno o un calcio.

Quello che accadde lo lasciò di sasso.

Keller gli sfiorò una guancia con la mano. Era ruvida, e Toby sentì i calli delle mani di Keller accarezzargli la pelle. Keller inclinò la testa e si avvicinò alle labbra di Toby.

Toby si armò di tutta la forza che aveva in corpo e spinse via Keller.

“Non sono… mi dispiace. Hai capito male.”

Per tutta risposta, Keller scoppiò a ridere.

“E invece ho capito benissimo. Ma non ti forzerò a fare niente che tu non voglia.”

Keller si allontanò. “Vedrai, Toby baby. Vedrai.”

E Toby rimase con un palmo di naso.

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