[La consistenza delle nuvole] Lara
Feb. 14th, 2016 06:06 pmUna raffica di vento ti scompiglia i capelli già mal pettinati. Bestemmi.
Fai fatica ad accenderti una sigaretta: il vento sposta la fiamma del tuo accendino con i gattini e bestemmi di nuovo. Dopo quattro, cinque tentativi ce la fai ad accenderla e fai un tiro profondo.
Immediatamente sei più rilassata. Hai preso ventisei gocce di En prima di uscire e il sapore aspro del fumo cancella nella tua bocca il gusto dolciastro della medicina.
Pensi che l’En abbia un sapore meno dolciastro del Lexotan ma più piacevole dello Xanax. Hai detto a tutti che hai odiato lo Xanax, ma in realtà ti manca.
L’applicazione sul tuo cellulare ti dice che mancano cinque minuti prima dell’arrivo del tram: sei felice perché è il tempo giusto per una sigaretta.
Alla fermata ci sono due extracomunitari e una ragazza con una valigia. Pensi che ti stiano fissando perché fumi e sei grassa e quindi tra poco ti verrà un infarto. Pensi nel retro della tua testa che non vedi l’ora che ti venga un infarto.
Il tram finalmente arriva ed è pieno. Bestemmi di nuovo. Ti chiedi cosa pensino quelli che aspettano il tram con te del fatto che sei sboccata. Non vedi l’ora di arrivare, ti sei già rotta il cazzo di muoverti. Volevi solo restare a casa nel letto a leggere la tua fanfiction.
Tua madre ti aveva proposto di andare a piedi e tu ci hai messo tutta te stessa per non farle il dito medio.
Ti appoggi a una maniglia sul tram e cerchi di farti spazio tra la gente per obliterare il biglietto. Pensi che ti stiano guardando male perché sei grassa e c’è poco spazio e loro se lo sono guadagnato a fatica. Tu invece arrivi lì e scombini tutti i loro piani.
Viale Col di Lana. Ti ricordi di quando hai fatto quel colloquio e non ti hanno nemmeno risposto.
Piazza Ventiquattro Maggio. È la fermata a cui devono scendere più persone. Sgomitano per scendere perché tu non ti muovi, dato che hai paura di cadere. Pensi che ti stiano guardando male.
Qualcuno sfiora la tua gamba e ti brucia tantissimo. Ti dà un sacco fastidio il fatto che ti brucino sempre le gambe dopo esserti tagliata. Ti chiedi perché non sia sufficiente il dolore del taglio stesso, e invece no, porco cazzo, deve bruciare anche dopo. Ieri sera hai messo un paio di leggings per stare comoda e il contatto con le ferite ti faceva tirare una bestemmia al minuto.
Finalmente arriva la tua fermata. C’è una vecchia di merda davanti a te che non vuole spostarsi e tu borbotti un “Permesso”. La vecchia ti guarda male e si sposta.
Adesso devi aspettare l’altro tram che ti porta nello studio del Ciarlatano. Il Ciarlatano è il tuo psichiatra, da cui vai dopo il Secondo Fattaccio - i tuoi genitori si erano stufati di quella psichiatra tanto carina e gentile quanto apparentemente incompetente. A loro giudizio, ovviamente.
Ti accendi un’altra sigaretta e pensi che dopotutto sei felice che i Panzer - i tuoi genitori - non ti abbiano voluta accompagnare dal Ciarlatano. Il Ciarlatano ha quel soprannome da quando ti ha detto che non crede nelle benzodiazepine e che per l’ansia ti basta il Lyrica, peccato che tu sia alla dose massima di Lyrica e continui a sentire il drago che ti alita addosso. Pensi all’Incubo di Füssli e a quanto fosse carina la tua professoressa di arte del liceo. Il drago è così: anche se adesso è tenuto in gabbia, riesce lo stesso a graffiarti o a soffiarti contro.
Ieri sera ti sei tagliata prima di metterti a leggere l’ultimo capitolo di quella fanfiction Steve/Bucky che aspettavi tanto. Non li shippi neanche, Steve e Bucky, ma hanno così tante fic dedicate a loro che le leggi lo stesso. Quella lì poi ha un sacco di hurt/comfort. Tu adori l’h/c, forse perché sei un sacco hurt e non c’è nessuno che ti conforta.
Arriva il tram e getti a terra la sigaretta controvoglia. Per fortuna questo tram è vuoto così puoi leggere un po’ sul tuo kindle, anche se sono solo quattro fermate. Sei presissima nella lettura di questo chick lit di cui ti sfugge l’autrice, ma c’è un triangolo amoroso fantastico con due bellimbusti che si contendono la protagonista. Detesti i triangoli amorosi. È per questo che li leggi.
Sul tram una vecchietta del cazzo ti fissa. O meglio, guarda nella tua direzione, ma tu pensi che ti stia fissando. Magari hai qualcosa in faccia. Magari puzzi. Magari ti fissa perché sei grassa.
Finalmente arrivi alla tua fermata. C’è l’esatto tempo di una sigaretta tra la fermata e lo studio del Ciarlatano, per cui te ne accendi una. Ti accorgi che hai fumato tre sigarette nel giro di un’ora e ti senti in colpa. Tanto lo sai già che morirai giovane, vuoi perché fumi un pacchetto al giorno e mangi tutto quello che ti passa davanti, vuoi per suicidio. Effettivamente la seconda opzione è molto più probabile.
Non che tu non ci abbia mai provato.
Fattaccio numero 1: hai quattordici anni e tutti ti dicono che sei grassa. Ti rompi il cazzo e decidi di puntare il rasoio lungo le vene del polso anziché contro le gambe. Avevi scritto anche una bella letterina per tutti. Un bel soggiorno di una settimana nel reparto di Psichiatria del San Raffaele et voilà, ne esci con una diagnosi nuova. Depressione endogena. Una compressa di Prozac al mattino. Ti senti un sacco figa a prendere il Prozac perché è una medicina trendy e lo prende anche Tony Soprano, che è un po’ un tuo idolo. Una seduta alla settimana con la Pazza, la tua prima psicologa, chiamata così perché era più pazza di te. E tu sei pazza forte. All’inizio stai meglio, ma poi riprendi a tagliarti.
Fattaccio numero 2: hai diciassette anni e tuo padre ti dice che sei una fallita perché stai tutto il giorno davanti al pc. Pensi che un blister intero di Prozac tutto insieme sia un’idea geniale - del resto, hai letto che la dose letale è sette volte quella prescritta dal medico. Purtroppo non sei morta. Di nuovo una vacanza in Psichiatria al Policlinico, solo che questa volta la diagnosi è diversa: disturbo bipolare di secondo tipo. Ti danno nuove medicine, Lamictal e Cipralex. Per un po’ ti sembra che vada tutto bene.
Poi finisce il liceo, e tutto va a rotoli.
Non riesci più a dormire e lo psichiatra ti prescrive 15 gocce di Lexotan per farti avere sonni tranquilli. Capisci che il Lexotan riesce un po’ a sconfiggere anche il soffio del drago, e quindi inizi a prenderne un po’ troppo fino a quando non ti fa più effetto. Lo psichiatra cambia prescrizione, Xanax. Ti piace il fatto che abbia un nome palindromo. Continui a prenderne troppo. Lo psichiatra dice che non ti fa bene e passi all’En. Ti dice che ha un’emivita più lunga e tu non sai cosa voglia dire, ma va bene così. Ne prendi 90 gocce al giorno per stare tranquilla e un po’ fa effetto. Tanto le tue giornate sono composte al 50% dal sonno e al 50% dai libri o dalle fanfiction o dalle serie tv.
Hai deciso di comune accordo con i tuoi genitori di prenderti un anno sabbatico prima di cominciare l’università perché non sai cosa vuoi fare da grande. Tutto quello che vuoi fare da grande è tornare al liceo con il professor Belloni, l’unica persona con cui sei riuscita a stabilire un legame.
Sei di nuovo depressa e i tuoi genitori ti portano dal Ciarlatano, che ti fa fare un test tipo quelli del Cioè ma sui disturbi della personalità. Molte domande ti sembrano assurde: non hai fatto male ad animali quando eri piccola e non accumuli oggetti di scarso valore. Poi il test arriva ad un certo punto.
“Il soggetto non prova desiderio o piacere ad avere relazioni strette con altre persone, inclusa la famiglia”. Vero. Detesti la tua famiglia e non hai amici.
“Predilige quasi sempre attività solitarie o che implicano relazioni del tutto superficiali.” Conseguente al primo, passi le tue giornate da sola a leggere.
“Ha poco o nessun interesse in relazioni ed esperienze sessuali reali.” Giusto. L’idea di fare sesso ti sembra la cosa più disgustosa possibile e immaginabile e non hai la minima intenzione di provarci.
“Non prova vero piacere in nessuna o quasi nessuna attività.” Ti dà fastidio ammetterlo, ma è vero. Ti convinci che sia per questo che sei depressa.
“Manca di amicizie strette o confidenti oltre ai parenti di primo grado.” Dopotutto vuoi bene ai tuoi genitori, ti senti in colpa quando pensi che li odi.
“Appare emotivamente indifferente a critiche o elogi.” Falso. Sei ossessionata dal fatto che tutti pensino che tu sia grassa e pensi che tutti ti guardino e sparlino di te in luoghi pubblici.
“Dimostra “freddezza” emozionale, distacco oppure appiattimento emotivo.” Vero. Ti dicono che vivi nel tuo mondo dove nessuno ti può raggiungere, e non provi le emozioni che contraddistinguono le altre persone che conosci.
La diagnosi quindi arriva, puntuale come la morte e le tasse: disturbo schizoide di personalità. All’inizio pensi che voglia dire schizofrenico e scoppi a ridere perché tu non vuoi uccidere nessuno. Poi fai due più due e ti rendi conto di quanto questa diagnosi sia azzeccata. Non ti senti bipolare, certo, hai sbalzi d’umore e qualche volta addirittura sei euforica - nei momenti in cui scrivi poesie, per esempio - ma questo ti colpisce proprio nel punto giusto.
Per i tuoi genitori è una tragedia e pensano che non avrai mai figli o ti sposerai. Che vivrai una vita da reclusa, che insomma è il tuo sogno. Non vedi l’ora di trovarti un lavoro - per quanto ciò ti sembri difficile o addirittura impossibile - e di andartene via da Milano. Un posto un po’ più isolato come Assago ti andrebbe benissimo, ci sono la Feltrinelli e la fibra ottica ma comunque non saresti al centro della città della moda e dell’economia e delle altre cazzate. Forse potresti addirittura prenderti un gattino e mettere le sue foto su Instagram.
Ti risvegli dai tuoi pensieri e raggiungi lo studio del Ciarlatano.
La signorina dell’accettazione ti conosce per nome. Temi che ti giudichi per essere una pazza che ha bisogno dell’aiuto dello psichiatra. Paghi la tua seduta e aspetti pazientemente che il Ciarlatano ti chiami.
“Signorina Nervi?”
La voce stridula del Ciarlatano ti riporta sulla faccia della terra e lo segui nel suo studio pieno di libri antichi.
Il Ciarlatano ti guarda, aspettando che tu cominci a dire qualcosa.
“Come è andata questa settimana?” ti domanda dopo qualche minuto di silenzio.
“Come le altre. Mi sono tagliata tre volte.”
“Come mai si è tagliata, signorina?”
Aspetti qualche secondo prima di rispondere. “Stavo male.”
“Stava male perché si è sentita sola?”
“Io non mi sento sola,” gli ripeti per l’ennesima volta, ed è vero. Stai benissimo così.
“È uscita qualche volta con i suoi amici?”
Io non ho amici, pensi. Però annuisci.
“Ieri sera abbiamo fatto una cena di classe. Siamo andati a mangiare una pizza.” Non gli dici che non hai rivolto la parola quasi a nessuno e che una pizza non ti bastava e che avresti voluto mangiarne un’altra.
“Brava, Lara. Si è divertita?”
Scuoti la testa.
“Penso che lei abbia bisogno di un altro antidepressivo. Ha mai preso il bupropione?”
Ti sembra un nome bizzarro. “No.”
“Secondo me è il farmaco giusto per lei, ha anche un effetto anoressizzante.”
Anche il Prozac aveva un effetto anoressizzante, ricordi, ma tu non sei dimagrita di un chilo.
“Bene,” continua lui. “Scaliamo il Cipralex a 15 mg, una compressa e mezza, e aggiungiamo mezza compressa di Wellbutrin da 150.”
“Va bene.”
“Dovrebbe aiutarla a farla stare meglio, Lara.”
“Mi fa piacere.”
“Adesso le scrivo la ricetta.”
“Grazie.”
Sei emozionata all’idea di provare un nuovo farmaco. È l’unica cosa che ti fa stare meglio.
Non ti sei resa conto di cosa volesse dire stare male fino a quando non è successa La Cosa Brutta.